
Riunendo persone che non assaggiano regolarmente insieme, la convergenza dei giudizi è spesso più eccezione che regola. Eventualità un po’ straniante per alcuni ma perfettamente logica e comprensibile. La casistica è talmente ampia che non serve pescare episodi. Ne parliamo spessissimo e accade con frequenza anche tra professionisti. Ricordo debolmente quando su The World of Fine Wine le degustazioni a tre voci riportavano impressioni non di rado divergenti in maniera incredibile (e ci fu un vecchio vino di Radikon che prese da 7/20 a 19/20). Bellissime e utilissime per articolare gusto e dissenso.
Sabato sera a cena tra amici, niente di tutto questo perché almeno una bottiglia ha messo tutti d’accordo: Barolo Collina Rionda di Serralunga d’Alba 1989, Bruno Giacosa. Proveniente dalla cantina di Luigi Veronelli e mai finita in asta perché dotata di due etichette ma nessuna retroetichetta, è entrata per direttissima, senza tentennamenti e con convinzione illuminante nel capitolo degli assaggi memorabili di tutti i presenti.

A rendere più comprensibile la statura, poi, è stato il parterre delle etichette accanto, tra giovani e adulte ma tutte significative.
Bottiglia stappata prima di andare a cena per annusarne un bicchiere di prova. Se il Barolo 1982 di Bartolo Mascarello, testato un attimo prima, ha stimolato un confronto sull’evoluzione della sua terziarizzazione – alla fine positiva, era una magnum, ha tenuto nel bicchiere la sua fase matura, è finita – quando ho messo il naso nel bicchiere di Collina Rionda (senza sapere che fosse lui) ho strabuzzato gli occhi: quel profumo di mentuccia che danzava sopra ad un profilo bellissimo, sfaccettato, ha restituito immediatamente una idea di stratificazione e complessità cangianti che rapiscono all’istante. Una forma smagliante che ci siamo promessi di analizzare in un secondo momento a cena.

Ebbene, anche un paio di ore dopo abbiamo goduto di un vero monumento di Langa.
Un Barolo di quasi 40 anni senza umami, smalto/solvente e note di autunno galoppante è una autentica rarità. Qui ventaglio pazzesco tra gelatina di fragola, pepe bianco, tè nero, litchi, anguria, violetta, cipria, liquirizia e se mettiamo insieme dieci nasi escono dieci quadri diversi perché la magia è stata un profilo per nulla seduto, capace di rapire non stando mai fermo.
In effetti non capirò mai fino in fondo chi predilige la natura del sorso ai profumi, eccettuati gli assaggi tecnici in vinificazione. Un sorso buono con un profumo gramo non mi gratifica. Ed è più probabile che se il naso ha tutti i crismi della piacevolezza intelligente, pure la bocca andrà in quella direzione.
E qui infatti a un profumo bellissimo ha fatto seguito un sorso semplicemente perfetto: pieno ma non sovrabbondante, rotondo ma non grossolano, incisivo di acidità e tannino felpato a completare un bilanciamento ammirevole. (Quando i vini vecchi hanno solo dado e ossa – “ah ma senti che bella acidità ancora” – sono trapassati).
Vino assoluto e memorabile, una grande fortuna averlo assaggiato.