Resistenza | Yves Confuron e 5 annate di Les Suchots (con Armando Castagno e Camillo Favaro)
Le affinità elettive tra vignaioli sono le più autentiche e creano legami che danno vita a momenti di condivisione e conoscenza. Come quella tra Yves Confuron e Camillo Favaro, due vigneron di grande talento (uno in Borgogna e l’altro in Piemonte) che condividono la stessa visione: il futuro del vino sarà frutto della “resistenza”: verso il mercato, verso la globalizzazione, verso l’omologazione. Grandi temi (enormi!) per altrettanto grandi bottiglie: cinque annate in verticale di Vosne-Romanée 1er Cru Les Suchots (2017, 2009, 2008, 2007, 1999) del Domaine Confuron-Cotetidot.
Quella che segue è la trascrizione, pressoché fedele, del dialogo tra Armando Castagno, guida formidabile delle parcelle borgognone, Yves Confuron (tradotto dal francese) e lo stesso Camillo Favaro, all’interno della cornice bolognese della 14a edizione del Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti FIVI.

Armando Castagno: Introduzione e filosofia del Domaine
“Buongiorno a tutti, io mi chiamo Armando Castagno. Piacere di accogliervi qui insieme a Camillo Favaro, che è il motore di questa degustazione, e al nostro ospite d’onore, Yves Confuron del Domaine Confuron-Cotetidot. Avere qui Confuron è un vero vanto per l’intera manifestazione. Vi pregherei di accoglierlo con un grande applauso.
Non sta a me tessere le lodi di Yves, ma racconteremo brevemente il suo percorso professionale, che ha fornito a tante cantine bottiglie memorabili, sia dalla sua personale cantina di casa – il Domaine Confuron-Cotetidot – sia da altre aziende di Borgogna con cui ha collaborato.
La degustazione si articola in due sezioni: una prima informativa e una di assaggio. Andremo alla scoperta di cinque annate del Vosne-Romanée 1er Cru Les Suchots del Domaine Confuron-Cotetidot, una delle più grandi vigne da rosso del mondo. Non abbiamo assaggiato i vini prima, quindi è un salto nel buio, sebbene controllato dalla qualità che questo Domaine normalmente esprime.”
Armando Castagno: qualità e pensiero di un vignaiolo in via d’estinzione
“Questo non è il classico domaine borgognone dove la produzione è fatta in via inerziale o con un occhio attento al mercato. La figura di Yves incarna la resistenza del vignaiolo di stampo classico, tradizionale, a queste logiche che hanno permeato l’intera Borgogna negli ultimi 30 anni. Il vino di Borgogna è molto cambiato, e anche il vignaiolo di Borgogna è molto cambiato. C’è un dialogo, scritto da Camillo Favaro, in cui non manca qualche tono amaro sulla deriva presa dalla mentalità e dall’azione agricola dei produttori, riflessa in una pletora di vini decisamente più semplici, molto più attenti a valori volatili, come la forza del profumo, piuttosto che alla consistenza della materia. L’obiettivo secolare della Borgogna è esprimere le sfumature del terroir in un mosaico di etichette in piccolissime tirature. È un’ambizione che Confuron incarna.”
Camillo Favaro: la resistenza di Yves Confuron
“Frequento la Borgogna da oltre 20 anni e conosco Yves da 15. La Borgogna è un luogo di tradizione e identità, ma sta cambiando velocemente. Per ritrovarmi in questi cambiamenti torno sempre da Yves, perché i suoi vini esprimono la custodia di un savoir-faire che non deve cambiare. Definisco la sua azienda un luogo di resistenza perché non ce ne sono quasi più come la sua.”
Armando Castagno: Cenni storici e geologici su Vosne-Romanée
“Il luogo è tra i più emblematici dell’interno mondo del vino e possiamo considerare come momento chiave nella storia di questo territorio l’Editto di Filippo II di Borgogna detto “l’Ardito” del 1395, attraverso il quale consacrò il pinot nero come vitigno principale per la produzione di vino. Un atto di incredibile consapevolezza delle potenzialità e della vocazione del territorio.
Consideriamo, infatti, che la Borgogna è un ex fondale marino, con terreni a pH alcalino, perfetti per pinot nero e chardonnay. La Côte d’Or è divisa in più di 1200 lieu-dit, e la distinzione non è solo catastale ma anche gerarchica. La vocazione potenziale del vigneto è stata mappata in maniera maniacale:
- Vigne Basse (Bianco): Denominazione generica regionale (Bourgogne).
- Vigne sopra la D974 (Rosa): Classificazione Village (Vosne-Romanée), dove si riconosce la possibilità di dare un vino identitario che incarna il terroir.
- Vigne in Arancione: Premier Cru, il meglio del terroir di Vosne-Romanée in assoluto. I Grand Cru fanno storia a sé, mentre i Premier Cru sono l’anima di Vosne-Romanée, noti per profumi incredibili, speziati, orientaleggianti (le cosiddette Asian Spices).
- Vigne in Rosso: Grand Cru (Romanée Saint-Vivant, Richebourg, Romanée Conti, La Romanée, La Grand Rue, La Tâche).

Il vigneto di cui parliamo oggi è Le Suchots (dal francese suche, ceppo di vite). Fa da cerniera tra i due grandi areali di classificazione Grand Cru. Non è Grand Cru, ma sarebbe perfettamente logico che lo fosse. Le Suchots si trova sotto l’influenza di una combe (gola) che porta aria fresca da ovest. Le sue parcelle confinano con Gran Cru leggendari come Romanée Saint-Vivant e Richebourg.”

Degustazione 2017 – la filosofia produttiva
Yves Confuron: “La 2017 è in un equilibrio quasi perfetto. I vini sono molto dimostrativi, molto equilibrati, ed esprimono un’annata qualitativamente media per la Borgogna, non di certo estrema: né calda né fredda, un’annata normale.”
Armando Castagno: “Un’annata di equilibrio quasi perfetto, che in tutto il mondo è considerata media o mediocre, ma in Borgogna è ottima. L’interesse di annate come questa è che mettono in valore realmente il cru.”
Yves Confuron: “Tutti i vini sono fatti a grappolo intero (ferme entière), sempre al 100%, indipendentemente dall’andamento stagionale. Cerchiamo ogni anno la maturazione più spinta possibile, perché è nella maturazione più spinta che risiede la lettura del luogo. Le nostre vigne sono quasi sempre le ultime a essere vendemmiate.”
- Vigne: Mediamente di 70 anni, le prime furono piantate negli anni ’20 dopo la fillossera.
- Suolo Les Suchots: Argillo-calcareo, bruno-rossastro, con una profondità di 30-40 cm, a circa 260 m di altitudine.
- Clima Les Suchots: Nonostante la vicinanza alla combe che porta venti freddi, le parcelle del Suchots non sono troppo colpite.
Yves Confuron: “Il Suchots deve sempre avere eleganza, potenza e una certa singolarità. Deve avere qualcosa che non si ritrova né a destra, né a sinistra, né sopra, né sotto. È proprio una firma: sempre una piccola punta di spezia e una piccola punta di cacao (spesso la polvere di cacao), che si sentono al naso e si ritrovano in bocca. Questa è la firma del Suchots. I vini sono stati affinati per 24-26 mesi in barrique, piuttosto vecchie. Usiamo solo il 10-12% di legno nuovo.”
Degustazione 2009 – la fretta e la resistenza
Armando Castagno: “Il 2009 ha un naso molto interessante, totalmente diverso dal precedente. Ha una nota eterea, di tabacco fermentato, cuoio, un po’ animale. Sembra di avere a che fare con la buccia del frutto, più “amarostica”. È un vino molto più cerebrale. È ancora embrionale, con tannino che si sente e si mastica. Aromaticamente è un classico vero di Vosne-Romanée, con una parte speziata orientale che arriva al limite del balsamico. Mantiene una coesione magnifica, un vino molto più cerebrale dell’altro, più meditato, più meditabondo.
Molti colleghi si sono auto-costretti a valutare i vini troppo presto, quando non sono pronti. I vini di Confuron sono considerati ostici, difficili, chiusi. In realtà chiedono una cosa che non va più di moda: la pazienza. La fretta è la peggiore nemica dell’espressione del terroir. Occorrerebbe la massima prudenza e la scelta di un’epoca in cui ha senso dare un giudizio al vino. La stampa ha bisogno di dire qualcosa, ma ci vorrebbe più cautela, specialmente sui giudizi numerici.”
Yves Confuron: “Facciamo vini per un mercato e non più necessariamente vini che devono essere fatti in coerenza con la filosofia del luogo. Fare vini per il mercato significa fare un vino spesso esile, facile, ma che alla fine ha perso l’anima e la personalità del luogo dove è prodotto. Questa tendenza a produrre vini esili e pronti ha determinato un allontanamento dal contesto che gli ha dato vita. In Borgogna si vendono cru. Nel cru c’è il luogo, ci sono le persone del cru, il modo in cui si è pensato. Abbiamo un’eredità di 300, 400, 500 anni, e oggi facciamo i vini che subiscono l’influenza della nostra eredità. È un peccato oggi limitare questo e ridursi non più alla nozione di cru ma a quella di vitigno (cépage). ‘È un bel Pinot’ – questo dovrebbe essere quasi un insulto in Borgogna. Non ti sto vendendo un pinot nero, ti sto vendendo un Vosne-Romanée. Il fatto che si usi il pinot nero è un mero accidente.”
Armando Castagno: “Per gli italiani e i francesi, il vino è cultura, non bevanda alcolica. Ma la cultura… il mondo intero parla inglese e la globalizzazione enfatizza il cépage. Dobbiamo resistere e mantenere la nostra singolarità.”
Yves Confuron: “Dobbiamo resistere a una globalizzazione che si subisce, anche se i social media permettono di comunicare in 5 minuti. Molti consumatori si riconoscono nella facilità del vino globalizzato, ma alcuni si dirigono verso vini più complessi, come i ‘vini nature’, perché sono stanchi di sentire gli stessi aromi. Il vino deve restare qualcosa di conviviale. È importante nella nostra cultura continuare a bere vino mangiando, condividendo un piatto con gli amici. La maggior parte del vino è bevuta oggi fuori pasto, come un vino da terrasse, e per questo dev’essere più semplice da consumare. E in questo modo, si limita la nozione di cru per avanzare verso il cépage.”
Camillo Favaro (un vino in evoluzione): “Il vino è cambiato molto, che è una delle cose che mi piace dei vini di Yves: sono vivi, non invecchiano soltanto, hanno un’evoluzione viva e dinamica. Avevo scritto che era un vino flamboyant che sapeva di viola e lampone, con una parte di erbe aromatiche dallo stampo nordico. In bocca ha una parte mentolata, balsamica, quasi di eucalipto.”
Armando Castagno (sulla vendemmia 2009): “La vendemmia 2009 è iniziata il 24 settembre. È incredibile, significa 20 giorni dopo gli altri, perché la 2009 è un’annata vendemmiata all’inizio di settembre. Aspettare 20 giorni quando tutti gli altri hanno già raccolto, devi avere una grande sicurezza. I 2009 sono spesso flamboyant, con un frutto leggero che sembra di gelatina. Questo no. Questo è molto più terroso, è tutto un chiaroscuro, è un vino di penombra.”
Armando Castagno (omaggio a Giampaolo Gravina): “Dedico questo lavoro di oggi a una persona che l’ultima volta che abbiamo fatto il Mercato Vini era con noi: Giampaolo Gravina. Ha lasciato grandi tracce del suo pensiero incredibilmente profondo. Giampaolo ci ha insegnato ad avere i dubbi, a pensare molto bene prima di esprimere un qualsiasi giudizio. Il vino ti impone un ragionamento, ha più in comune con l’arte, cioè il dovere di instillare dubbi e di insegnare a non avere certezze.”
Degustazione 2008 – il fascino dell’inaspettato
Armando Castagno: “Quando ho visto il 2008 nell’elenco delle annate, ho avuto un sobbalzo. È un’annata che io cordialmente detesto perché sono molto miope e ho bisogno di luce, e quando un’annata è così tanto buia come la 2008 in Borgogna, tendo a sentire il grigio. I 2008 di solito sono dei vini molto confusi, hanno una narrazione incongrua, come quella dei sogni.”
Yves Confuron (descrizione 2008): “La 2009 è stata un’annata calda, la 2008 un’annata fredda. La prima ha colori intensi, la seconda è meno colorata con già un’evoluzione. Aromaticamente, il 2009 è su tabacco e terroso; il 2008 è molto più vegetale. L’interesse è estrarre e non fare solo infusioni. Il 2009 ha tannini soavi con una sucrosité [dolcezza], il 2008 ha tannini più rugosi e polverosi, meno maturi, più duri. Ogni millesimo firma un vino singolare e autentico, in cui si integrano il millesimo e il terroir.”
Armando Castagno (commento 2008): “C’è da essere sbalorditi. Dei tre vini, in questo momento è quello che io trovo più affascinante. Il sogno è perfettamente rivelato: parte autunnale di erba secca, sottobosco. Il tannino nella sua austerità riesce ad essere fine, perché scorre, va lungo. L’enologia non riesce a mascherare la lunghezza. Non c’è enologo che sappia fare un vino lungo. Questo vino ha un fascino fuori dal tempo. È l’unico vino dei tre per il quale userei l’aggettivo minerale. La sua lunghezza, la sua forza, la sua parte rocciosa, pietrosa, di pietrisco, l’odore delle cave.”
Camillo Favaro (scelte determinanti): “La scelta di aspettare fino all’8 di ottobre ha pagato assolutamente, perché ha risolto l’austerità che hanno altri vini dello stesso millesimo di altri produttori, dove non c’è luce. Consideriamo che l’annata va bene fino a maggio-giugno, poi diventa una tragedia (piove tutti i giorni!). Viene talvolta redenta da un settembre ventoso (il vento di nord in Borgogna è molto teso e veloce), che disidrata tutto. Lì più si aspettava meglio era, perché l’uva si asciugava.”
Degustazione Annata 2007 – Controverso e Originale
Armando Castagno: “Ah, questa è un’annata per la quale l’aggettivo controverso non rende nemmeno l’idea!”
Yves Confuron (descrizione 2007): “Il 2007 ha una climatologia molto originale. Inverno caldo, germogliamento molto rapido, fioritura l’8 maggio. Giugno “génial” (eccezionale), poi un giorno 100 mm d’acqua. L’estate fredda, col pullover. La maggioranza dei vignaioli ha vendemmiato presto (29-30 agosto, 1 settembre) per la storia del ciclo vegetativo. Noi abbiamo vendemmiato il 18 settembre. È arrivato il vento del nord col sole, che ha asciugato tutto. In quel modo si perde il lato vegetale delle bucce. Si trovano equilibri in vini che per me sono nella stessa serie del 2017 e che cominciano ad espandersi, a fiorire (épanoui).”
Armando Castagno (commento 2007): “Io mi dichiaro partigiano di questo vino. Per me è straordinario. Ha uno spettro aromatico ampissimo, clamoroso. Qui c’è la mineralità marina, iodatissimo, algato. Ha un equilibrio naturale. La beva di questo vino è splendida. La bocca è sempre molto presente dal punto di vista fisico. Non ha una grande acidità, ma ha freschezza che gli deriva anche da altro. Magnifico.”
Degustazione Annata 1999 – la Borgogna Classica
Armando Castagno: “L’ultimo è da una vendemmia che in teoria non si può sbagliare: il 1999. È tra i migliori degli ultimi 40 anni. I prezzi lo testimoniano, sono vini molto ricercati perché capita ancora adesso di aprire dei 99 di livello Premier Cru o Grand Cru e pentirsi perché dopo 26 anni il vino è tutt’altro che pronto.”
Yves Confuron (descrizione 1999 e maturità): “Vendemmia il 2 ottobre 1999. È molto più facile fare il vino quando i grappoli sono maturi. La psicologia del vignaiolo oggi è cambiata, si vendemmia troppo presto, a volte. Noi eravamo ancora in una filosofia in cui si cercava sempre il massimo. Bisogna andare fino in fondo all’uva, e quando si comincia ad amare i propri acini, si può iniziare a tagliare.”
Armando Castagno (commento 1999): “Qui abbiamo il 99, è la Borgogna classica. È sempre più difficile trovare altri 99 in forma come questo, che è perfetto. Annata molto generosa, ben condotta, che ha tirato fuori un vino all’altezza della sua fama. Non sorprendente, grandioso ma non sorprendente. La traiettoria di questo si può bere nel 2065. È ancora chiuso, molto più espressivo in bocca che al naso. Le bocche restano dei carri armati.”
Armando Castagno (Ringraziamenti): “Buon pranzo a tutti, grazie infinite per l’attenzione. Ringrazio chi ha fatto il servizio… Ringrazio Camillo Favaro per il grande privilegio che mi ha concesso… Ringrazio Yves per la presenza, il pensiero, la schiettezza e per i grandi vini che fa. Buon assaggio, buon lavoro e buona domenica.”
Il vino, oltre ad essere un prodotto alimentare, è anche e soprattutto un prodotto culturale. È inscritto nelle nostre pratiche sociali, nei nostri usi e costumi e, come tale, ha bisogno di una sua costante narrazione… in alcuni casi mitica. La Borgogna rientra nel mito ed è per questo che si pone il problema della sua propria autoconservazione, della sua “singolarità” come l’ha definita Yves Confuron, perché altrimenti rischierebbe di omologarsi e col tempo perdere la dimensione centrale nell’immaginario collettivo (oltre che in quello economico). È per questo che in casi come questi ci si richiama alla tradizione, ci si ancora ai saperi antichi che possano rappresentare una bussola contro la volubilità di un mercato isterico. Una tradizione lunga secoli non può essere totalmente liquidata per correre dietro al profitto immediato. Le innovazioni vanno integrate per non stravolgere un’identità che in questo caso è valore e non zavorra.
Il vino devo suggerire emozioni, a questi livelli, deve addirittura creare mondi. I Vosne Romanée di Yves Confuron proiettano nella mente atmosfere, stati d’animo, ambientazioni. Io mi sono ritrovato in un viaggio partito da un suk di Damasco, passato per la tenda di un beduino del deserto, a sorseggiare tè alla menta, per finire nella penombra di un monastero durante una “incensata” funzione. Questo è quello di cui si nutre il mito, altrimenti è solo etichetta, social e speculazione. Basta scegliere.
[Le foto in bianco e nero, tra cui la copertina, sono di Nicola Barbato]