
Francesco Guccini è morto il 6 agosto, a 86 anni, nella sua Pavana.
Si potrebbe scrivere molto su Guccini, rischiando forse di sbagliare quasi tutto. Ma si deve scrivere di vino. Non soltanto di quello che beveva ma del vino che attraversa per decenni canzoni, racconti, luoghi e personaggi, componendo, quasi senza mai dichiararsi, una precisa geografia gucciniana del vino.
Del Lambrusco, naturalmente. Delle bottiglie sul palco. Delle osterie bolognesi. Di quella dichiarazione programmatica consegnata all’Avvelenata: «mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino». Oggi, forse, vale la pena provare a dire una cosa diversa.
Guccini è stato uno dei grandi cantori italiani di una particolare geografia del vino che oggi non esiste quasi più: quella della generazione uscita dalla società contadina senza esserne ancora culturalmente uscita. Una generazione che lasciava il paese per la città, il lavoro agricolo per l’università e le professioni, il dialetto per l’italiano colto, ma che continuava a portarsi dietro una competenza materiale del mondo.
Il vino faceva parte di quella competenza. Non era qualcosa da conoscere, perché era qualcosa che si conosceva già. Non bisognava raccontarne il territorio: il territorio gli stava ancora attorno.
Guccini sta esattamente in questa faglia.
Pavana, Modena, Bologna. Il mulino dei nonni, l’Appennino, la provincia emiliana e poi l’università, via Paolo Fabbri, le osterie, gli intellettuali, le discussioni politiche. Da una parte un mondo nel quale vino, ma anche olio, farina, castagne, maiali, stagioni e fiumi appartenevano ancora alla grammatica ordinaria dell’esistenza; dall’altra la città del boom economico, degli studenti, delle ideologie, dei libri, dei casini e delle nottate febbrili e sudate.

Non è casuale che proprio in Bologna Guccini riesca a condensare questa trasformazione in una definizione quasi geografica: «Bologna è una ricca signora che fu contadina». Ecco, forse anche il suo vino è esattamente questo: un vino che fu contadino e che continua a esserlo mentre chi lo beve non lo è più. Non è ancora il vino borghese della competenza enologica, e neppure quello successivo della bottiglia importante, del vitigno, della denominazione, del punteggio e del terroir. È vino senza aggettivi. Bianco o rosso. Un fiasco. Un mezzo litro. Un bianchino. Qualcosa che si versa mentre si parla e che traccia le vite.
Ma Guccini raccontò pure che all’Osteria dei Poeti, da studente, c’erano soprattutto anziani davanti al loro mezzo litro; il bicchiere costava venticinque lire. E raccontò anche una cosa ancora più significativa: i giovani frequentavano le osterie perché il whisky costava troppo. Col vino, invece, potevi passare la serata. Bevevi, suonavi la chitarra, parlavi. Sembra un dettaglio economico. È una geografia sociale. Il vino in Guccini rende possibile uno spazio.

L’osteria gucciniana è un dispositivo di prossimità: mescola studenti e vecchi, intellettuali e ubriachi, operai e professori, canzoni e discussioni, corteggiamenti e politica. Il vino abbassa la soglia di accesso a quello spazio e, soprattutto, non seleziona ancora socialmente chi ha titolo per parlarne. Nessuno deve sapere che cosa sta bevendo per poter bere. È forse questa la distanza più grande dal vino contemporaneo, che non è un bene o un male ma una geografia umana.
Oggi abbiamo costruito intorno al vino un gigantesco apparato di conoscenza, specializzazione e distinzione. Allora il vino poteva essere precisamente il contrario: una conoscenza tacita, incorporata, talmente prossima da non avere bisogno di essere dichiarata. Per questo compare continuamente nei versi di Guccini senza quasi mai diventare protagonista.
Nell’Ubriaco «cade il vino nel bicchiere» e il vino apre il deposito della memoria. Nel Frate, dopo un bicchiere, arrivano Dio, Schopenhauer, il latino, il tedesco, i ricordi. Le sere «sapevan di vino e di scienza». È una delle formule più belle per capire quel mondo: vino e scienza non sono due universi separati. Stanno allo stesso tavolo.
In Canzone di notte «bagasce sono i tuoi ricordi che fra canzoni e vino ti disturbano». In Canzone di notte n. 2 le coordinate diventano ancora più esplicite: «strade ed osterie, vino e malinconie». E molti anni dopo, in Canzone di notte n. 4, l’immagine ritornerà quasi intatta: «chitarre e vino e via come cazzotti».

Passano quarant’anni, cambia l’Italia e cambiano i luoghi, le pratiche e le forme del bere. Eppure quella geografia continua ad affiorare nei versi di Guccini, tenuta insieme da un vino che è, prima di tutto, promiscuo. Forse è proprio questa la parola giusta. Promiscuo non perché indistinto, ma perché continuamente mescolato alla vita. Al sesso, alla politica, all’amicizia, alla malinconia, alla cultura, alla rabbia, al canto, all’ubriachezza. Sta sul tavolo mentre succede qualcos’altro.
È l’esatto contrario della sacralizzazione del vino.
Il vino di Guccini non fa rumore e può fare anche male. Perché Guccini non edulcora mai il bere. C’è l’ebbrezza felice e c’è l’ubriaco solo. C’è il vino che scioglie la conversazione e quello che riporta a galla ciò che si vorrebbe dimenticare. C’è l’euforia e c’è la malinconia. È estatico, certamente, ma anche viscerale, ambiguo, quotidiano. Il bicchiere unisce e separa. Produce comunità ma può anche misurare una solitudine. Proprio per questo il suo vino è vero, reale, è credibile.
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In Amerigo, forse, il vino assume il significato più radicalmente territoriale. Il prozio Enrico sta lasciando l’Appennino per l’America e ha «in corpo il primo vino di una cantina». Prima della nave, prima della miniera, prima dell’emigrazione, c’è quella cantina. Il vino diventa qualcosa che si porta fisicamente fuori dal luogo: una porzione ingerita di territorio prima dello sradicamento. E in Odysseus, molti anni dopo, la genealogia diventa quasi esplicita: l’anima è contadina e «il vino e l’olio erano i miei ori». Vino e olio. Non merci preziose perché rare, ma preziose perché costituiscono un mondo.
Per questo Guccini interessa ancora oggi chi prova a leggere geograficamente il mondo… e quindi il vino.
Perché ha raccontato il momento storico nel quale il rapporto di prossimità fra società italiana e vino comincia lentamente a dissolversi. È la generazione che può andare all’università e parlare di Schopenhauer, Marx, strutturalismo o letteratura ma che proviene da famiglie e territori nei quali la campagna è ancora esperienza reale e recente. È memoria corporea. È lessico. È odore. E vino. Sono figli e nipoti della civiltà rurale diventati studenti, insegnanti, tecnici, impiegati, intellettuali. Hanno attraversato la grande trasformazione italiana portandosi dietro il vino come continuità.
In Canzone delle osterie di fuori porta, Guccini, che la vita prima ancora di raccontarla sembra annusarla, coglie con straordinario anticipo la crisi di quel mondo mentre quel mondo sta ancora esistendo. Le osterie sono aperte, i luoghi materialmente resistono, ma la geografia umana che li aveva prodotti ha già cominciato a disfarsi. Qualcuno è morto davvero; qualcun altro è diventato dottore, ha fatto carriera, si è sposato: «ed è una morte un po’ peggiore».
È qui che Guccini diventa interprete lucidissimo dell’Italia post-contadina. Avverte la dissoluzione di un sistema di relazioni, tempi, prossimità e consuetudini che nell’osteria trovava una delle proprie forme spaziali. E con quella geografia entra in crisi anche un certo vino: non la bevanda in sé ma il modo di berla, condividerla e abitarla. Guccini comprende, e canta, il momento preciso in cui quel vino continua a essere versato nei bicchieri, ma il mondo che gli dava senso sta già cambiando. È forse una delle intuizioni più acute di Guccini sulla società post-contadina italiana: i luoghi possono sopravvivere al mondo sociale che li ha prodotti, conservandone le forme mentre ne perdono progressivamente le relazioni. L’osteria resta, ma si dissolve la geografia umana che le dava senso: corpi, consuetudini, prossimità, appartenenze, modi dello stare insieme.
Forse qualcosa di analogo è accaduto anche al vino. Non abbiamo mai saputo tanto di vino come oggi. Conosciamo parcelle, cloni, lieviti, esposizioni, altitudini, macerazioni e composizioni dei suoli. Fotografiamo etichette. Visitiamo cantine. Viaggiamo verso territori del vino. Abbiamo trasformato il vino in cultura proprio nel momento in cui abbiamo cominciato a perdere la cultura diffusa che lo rendeva quotidiano. Guccini apparteneva, però, ancora al mondo precedente. Non perché fosse un contadino – non lo era – ma proprio perché poteva permettersi di non esserlo più continuando però a comprenderne il linguaggio.

Ma qui emerge anche la consapevolezza di abitare una soglia, insieme temporale e geografica: tra un mondo che arretra e un altro che prende forma. È questa, forse, la straordinarietà della posizione generazionale di Guccini: stare sul confine senza appartenere interamente né a ciò che scompare né a ciò che viene dopo, e proprio per questo riuscire a raccontarli entrambi. Così può ancora scrivere, quasi alla fine del suo percorso, che una canzone è fatta di «pane, vino, sudore». Tre parole che appartengono alla medesima grammatica materiale dell’esistenza: la terra, il lavoro, il corpo, la fatica e ciò che gli uomini, trasformando insieme le cose, riescono a produrre, condividere e fare diventare cultura.
E forse il dato più significativo è che Guccini abbia chiuso il cerchio tornando alle Canzoni da osteria. Non come operazione vintage, ma come riemersione di una pratica culturale: canzoni che esistono perché qualcuno le canta insieme a qualcun altro. Come il vino di quel mondo esisteva pienamente solo quando veniva versato.

Guccini se ne va proprio mentre il vino italiano si domanda ossessivamente come tornare a essere popolare, come parlare ai giovani, come uscire dalla nicchia, come recuperare una quotidianità perduta. Forse una risposta stava da sessant’anni nelle sue canzoni. Il vino era popolare quando non aveva bisogno di parlare continuamente di se stesso. Quando era attiguo alla vita. Quando poteva essere mediocre, aspro, anonimo, troppo, poco, bianco, rosso, frizzante. Quando poteva accompagnare una discussione su Dio e Schopenhauer senza diventare esso stesso l’argomento della discussione. Quando era abbastanza vicino da poter essere dimenticato sul tavolo. Ecco perché oggi, salutando Francesco Guccini, perdiamo forse anche l’ultimo grande cantore di quella geografia. Non del vino italiano, ma del vino prima che diventasse “il vino”.
Ciao Francesco. Berremo alla tua salute. Del resto, come ci hai lasciato scritto in Canzone di notte, c’è ancora tempo (forse) «per pensare, per maledire e per versare il vino».
